Le opere di Massimo Pedrazzi, pur partendo da una base iconografica che affonda le sue radici nell’arte e nella cultura europea, si riferiscono al viso nella sua accezione greca di phanthasia ovvero di visione ed apparizione. L’immagine che trova origine nella memoria non è altro che immaginazione: capacità di produrre immagini in assenza delle cose stesse. L’immaginazione diviene così il pensiero del possibile attraverso gli esempi della storia e il recupero di un’iconografia che proietta, dal passato sul futuro, i primordiali contrasti di luci e ombre presenti nell’animo umano. Un’analisi questa di Pedrazzi che s’interroga sulla natura stessa dell’atto creativo e che tocca quell’oscura zona d’ombra, che precede la stessa distinzione di ragione e non-ragione, che i filosofi chiamano follia. Una sua opera, La perla, diviene appunto espressione paradigmatica di questo pensiero poiché come dice Karl Jaspers nel suo saggio Genio e Follia, «lo spirito creativo dell’artista, va al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così difronte alla forza vitale di un’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita».

E la radice etimologica del termine schizofrenia — mente (phren) scissa (schizo) - che mette in luce così i molteplici aspetti dell’animo umano. Si pensi all’opera del grande poeta portoghese Fernando Pessoa i cui eteronomi — Alexander Search, Alvaro de Campos, Ricardo Reis e lui stesso — rappresentano individualità e sensibilità diverse attraverso le quali manifestare ed esprimere il sempre diverso rapporto dell’uomo con il mondo. E — come scrive Umberto Galimberti — proprio dell’uomo abitare la dimensione frantumata dell’essere che, inaccessibile nella sua originaria unità, si concede all’uomo solo come lacerazione.

La Quotidiana Scoperta
di Marcello Pezza

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