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Dopo un minimalismo anodizzato e grigio, dopo un criptico e psicoanalitico concettuale, assistiamo sempre più spesso ad un ritorno alla pittura, a tecniche tradizionali nella volontà conservatrice, ma non reazionaria, di mantenere o ritrovare una essenzialità perduta che affonda le radici in tutta la nostra storia dell’arte. Il cinema, il fumetto, la fotografia, i video diventano soggetti e pretesti della pittura. Si torna al figurativo, ma non è un ritorno all’ordine è il recupero di una tecnica semplice che permette di comunicare in modo diretto e per farlo Massimo Pedrazzi imbandisce storie tra il moralistico ed il fantastico popolare di personaggi fuori dal tempo, molto vicine alle ascendenze tardogotiche dell’Europa del nord. L’artista modenese mostra di sapersi muovere a proprio agio nella complessa selva di simboli che costituivano l’alfabeto indispensabile per esprimere quei concetti culturali, filosofici e religiosi prodotti da quel particolare momento storico. Ma ciò che colpisce nelle sue opere è la folla formicolante, il numero elevato di volti di persone comuni, decine di occhi che guardano chi guarda, osservano e scrutano. Realtà soggettive che insieme diventano società, di massa solo in apparenza perché a ben guardare uno per uno, tutti mantengono una loro specificità psicologica che a volte riempie tutto lo spazio possibile.

Negli ultimi lavori Pedrazzi recupera, con maggiore scioltezza gestuale e cromatica, tematiche affrontate agli inizi della sua carriera artistica, si impossessa così di una pittura veloce, stesa con forza e sicurezza di segno e di gesto che delinea più che definire senza per questo perdere intensità.

Sono opere interessanti per il sarcasmo che sprigionano, quel sarcasmo che c’è nelle azioni quotidiane più banali e private che si possono svolgere nella stanza da bagno; Pedrazzi cerca nei personaggi lo stupore, l’atteggiamento e nei volti quell’ironia attraverso la quale si può raccontare la vita.

Il ritratto quindi come punto di partenza e di arrivo di un contatto intimo. Di una esperienza che va al di là del semplice incontro e della pura rappresentazione, che diventa indagine di un carattere, di una personalità. Una indagine senza concessioni adulatorie o compiacenti estetici che anzi, sottolinea di ogni volto quel che gli è più peculiare al limite dell’irriverenza; le rughe di espressione, le occhiaie, le macchie della pelle, la smorfia della bocca. E’ l’anima messa a nudo attraverso la nudità senza scampo del volto. In queste ultime opere, Dopo tanta indagine sulla figura, in primo piano o a figura intera, inserita in contesti paesaggistici l’artista si dedica alla pittura di interni. Ma sarebbe un errore vedere nella sua pittura una svolta radicale, un paesaggio senza ritorno da una dimensione emozionale ad una dimensione architettonica, le stanze per Pedrazzi non sono ambienti fisici, bensì spazi psicologici, anche questi sono ritratti.

Quella di Massimo Pedrazzi, dunque, si può considerare una pittura realista che utilizza modi espressionisti. Realista è anche l’uso della materia pittorica che non si limita ad illudere, ma che esiste nella sua fisicità. Il colore è però antinaturalistico. L’artista dipinge volti dai toni gialli o grigi riflessati e contornati da tonalità più cupe, è la disillusione e la lontananza, spietato e ottuso, per cercare, almeno nel quadro, di evitare la banalizzazione della vita.

di Lorena Corradini
Galleria 2E